Un luogo sospeso, fuori dal tempo. Nerone siede su un trono di marmo annerito; Mussolini cammina avanti e indietro, le mani dietro la schiena.
NERONE: Dimmi, Benito, tu che hai governato duemila anni dopo di me: il potere ti ha reso più saggio o più cieco?
MUSSOLINI: Più cieco, temo. Credevo che comandare un popolo significasse plasmarlo come argilla. Ma un popolo non è argilla: è un fiume che, se lo sbarri, prima o poi ti travolge.
NERONE: Io Roma l’ho vista bruciare. Sette giorni di fiamme, il popolo che urlava nelle strade, e io, dicono, a suonare la lira sui Colli. Forse fu solo leggenda dei miei nemici, forse fu verità. Ma quel fuoco mi insegnò una cosa: il potere non è mai innocente, nemmeno quando non ha appiccato l’incendio con le proprie mani. Basta esserne sospettati per essere colpevoli agli occhi della storia.
MUSSOLINI: Ecco la differenza tra noi, Nerone: tu sei stato accusato di un crimine forse mai commesso. Io ho firmato con la mia mano un patto reale, l’alleanza con Hitler, e quella firma non è leggenda, è storia documentata. Credevo di guidare un’alleanza tra pari. Mi sono ritrovato vassallo di un uomo che vedeva l’Italia solo come un peso da trascinare in guerra.
NERONE: E allora dimmi: fu ambizione, la tua, o paura di restare solo?
MUSSOLINI: Fu entrambe le cose, ed è questo il veleno della politica: l’ambizione e la paura finiscono per confondersi. Temevo l’isolamento, e così scelsi un alleato che mi avrebbe distrutto piuttosto che restare senza alleati affatto. La filosofia del potere insegna che un tiranno solo è un tiranno debole. Ma non insegna a scegliere bene i propri compagni di rovina.
NERONE: Il mio incendio bruciò una città. Il tuo patto bruciò un continente. Eppure entrambi ci siamo detti, in fondo: “Lo faccio per Roma”, “Lo faccio per l’Italia”. La retorica del bene comune è la più antica menzogna del potere.
MUSSOLINI: È la menzogna necessaria, Nerone. Nessun tiranno dice al suo popolo “vi sacrifico per me stesso”. Serve sempre un ideale più grande da bruciare insieme al resto: la Roma imperiale, la razza, la nazione. Il fuoco vero non è mai solo nelle strade. È nelle parole con cui lo giustifichiamo.
NERONE: Allora la vera domanda non è chi appiccò le fiamme, ma chi trovò le parole per farle sembrare necessarie.
MUSSOLINI: (fermandosi, guardando lontano) E su questo, temo, la storia non ci giudicherà mai come vittime delle circostanze. Ci giudicherà come uomini che, potendo scegliere, scelsero il fuoco.
NERONE: Qualis artifex pereo, dissi io morendo: che artista muore con me. Forse era vanità. O forse era l’unica verità che un tiranno può pronunciare in punto di morte: non fui vittima, fui autore.
MUSSOLINI: Anch’io fui autore, non vittima, di Piazzale Loreto. Il popolo che un tempo mi acclamava scrisse l’ultimo atto della mia tragedia. È il prezzo che il potere assoluto chiede sempre, prima o poi: farsi giudicare da chi ha creduto di dominare.
