Una terrazza sospesa tra cielo e mare. Scipione, in armatura, osserva l’orizzonte; D’Annunzio, con la sciarpa al collo, gli si avvicina.
D’ANNUNZIO: Console, ho attraversato il cielo come tu attraversasti il mare. Nell’agosto del 1918 guidai otto aerei fino a Vienna, senza bombe: solo volantini tricolori sulla capitale nemica. Mille chilometri per dimostrare che si può conquistare una città con un gesto invece che con un assedio.
SCIPIONE: Un gesto, dici. Io ho dovuto sconfiggere Annibale, e a Zama non bastarono i gesti. Quindici anni di ferite, Canne ancora nella memoria di Roma. Ma vinsi perché portai la guerra a Cartagine, invece di inseguirla in Italia. Colpire ciò che l’avversario ama, non ciò che ti minaccia.
D’ANNUNZIO: Anch’io volevo colpire l’immaginazione, il punto più fragile di ogni impero. Ma dimmi: cos’è la vittoria? Un fatto d’armi o una favola che sopravvive ai vinti?
SCIPIONE: Entrambe le cose, ma il tempo distingue presto. Annibale fu sconfitto, eppure il suo nome è ancora sulle labbra di tutti. Forse la vera vittoria è essere ricordati anche dal nemico con rispetto.
D’ANNUNZIO: Io sono un uomo che vive per l’istante: il volo, il verso, l’audacia. “Memento audere semper”, ricordati di osare sempre. L’istante per me è già eternità.
SCIPIONE: E io ho imparato l’opposto. Dopo Zama tornai a Roma, e la Repubblica mi chiese conto dei miei atti. Lasciai la città e mi ritirai a Literno. Comprendere il momento in cui la gloria diventa peso è più difficile che vincere una battaglia.
D’ANNUNZIO: Un eroe che si ritira… che stranezza per un poeta! Io non seppi fermarmi: dopo Vienna venne Fiume, l’ebbrezza, l’ostinazione. Forse la mia colpa è credere che la bellezza non debba mai conoscere il tramonto.
SCIPIONE: Ed ecco la nostra differenza, poeta. Tu volevi che la vita fosse un’opera d’arte; io sapevo che la vita è una responsabilità. Ma nessuno dei due sfugge alla stessa domanda: che cosa resta dell’uomo quando l’applauso tace?
D’ANNUNZIO: Resta ciò che abbiamo osato, anche se il mondo non l’ha capito.
SCIPIONE:E ciò che abbiamo saputo lasciare, anche quando il mondo voleva ancora di più.
