Un luogo sospeso fuori dal tempo, tra colonne di marmo antico e bandiere tricolori che sventolano piano. Marco Aurelio siede su una pietra, un rotolo di pergamena tra le mani; Pertini, con il suo inconfondibile cappotto, gli si avvicina a passo deciso.
PERTINI: Imperatore, permettimi di dirtelo subito: io non sono mai stato un uomo di palazzo. Sono nato in una famiglia semplice, in Liguria, e la mia vita è stata segnata dalla lotta. Prigioni fasciste, confino, poi la Resistenza: ho combattuto da partigiano sulle montagne, con il fucile in mano e la paura della morte ogni giorno, ma anche con una fede incrollabile nella libertà. E sai qual è stato il mio onore più grande? Essere diventato, nel 1978, il primo presidente della Repubblica Italiana che veniva dalla Resistenza partigiana. Un uomo che aveva combattuto nelle strade e sui monti, arrivato al più alto scranno dello Stato.
MARCO AURELIO: Una storia che mi commuove, Sandro. Io non ho scelto il potere: mi fu imposto fin da giovane, adottato da Antonino Pio per volere di Adriano. Divenni imperatore quasi senza volerlo, e mi ritrovai a governare un impero vastissimo, mentre avrei preferito, in cuor mio, dedicarmi solo alla filosofia. Ma il dovere, il mio dovere verso Roma, era più forte di ogni desiderio personale.
PERTINI: Anch’io conosco quel peso, imperatore. Quando fui eletto presidente, avevo ottantadue anni. Non cercavo cariche, cercavo giustizia. Ma proprio per questo il popolo italiano mi scelse: perché ero uno di loro, un uomo che aveva sofferto il carcere, che aveva visto compagni morire, che non aveva mai piegato la schiena né al fascismo né a nessun potere ingiusto.
MARCO AURELIO: Il mio regno fu invece tormentato da guerre continue. I Marcomanni premevano ai confini del Danubio, i Parti a oriente, e per anni dovetti vivere accampato, lontano da Roma, tra il fango e il sangue delle battaglie. E come se non bastasse, una terribile pestilenza, portata dalle legioni di ritorno dall’Oriente, decimò l’impero: interi villaggi si spopolarono, e persino il mio esercito ne fu falcidiato.
PERTINI: Anche la mia generazione conobbe la peste della guerra, imperatore, sebbene diversa dalla tua: la peste del totalitarismo. Ho visto l’Italia dilaniata dal fascismo prima, dall’occupazione nazista poi. Ho visto amici fucilati, ho visto il popolo affamato e oppresso. Eppure, in mezzo a tutto questo, scoprii che la vera forza dell’uomo non sta nelle armi, ma nella dignità con cui affronta la sofferenza.
MARCO AURELIO: Proprio questo insegna la filosofia stoica che ho cercato di seguire ogni giorno della mia vita, e che raccolsi nei miei pensieri notturni, scritti per me stesso più che per altri: non possiamo controllare ciò che ci accade, ma possiamo sempre controllare come rispondiamo agli eventi. La virtù, la ragione, la giustizia: questi sono gli unici beni che nessun nemico, nessuna guerra, nessuna pestilenza può portarci via.
PERTINI: Parole che sento vicine al mio cuore, imperatore, sebbene io non fossi un filosofo, ma un uomo d’azione. La mia “filosofia”, se così si può chiamare, la imparai nelle celle del carcere di Santo Stefano, dove trascorsi anni interi. Lì capii che la libertà non è mai un dono, ma una conquista quotidiana, che va difesa con ogni fibra del proprio essere. E capii anche che un uomo può essere prigioniero nel corpo, ma libero nello spirito, se non rinuncia mai ai propri principi.
MARCO AURELIO: Ecco un pensiero che avrei potuto scrivere io stesso tra le pagine dei miei “Colloqui con me stesso”. Dicevo spesso che l’ostacolo diventa il cammino, che ogni avversità può trasformarsi in occasione di crescita interiore, se affrontata con animo saldo. Tu, Sandro, hai vissuto questo principio nella pratica, sui monti e nelle prigioni, mentre io ho dovuto viverlo tra le tende di un accampamento militare, scrivendo alla luce di una lampada dopo giornate di battaglia.
PERTINI: E forse è proprio questo il punto d’incontro tra noi due, così lontani nel tempo eppure così vicini nello spirito: entrambi abbiamo dovuto scegliere, ogni giorno, tra la comodità della rassegnazione e la fatica della responsabilità. Io scelsi di lottare per un’Italia libera e democratica; tu scegliesti di governare con giustizia, nonostante le guerre e la peste, restando fedele ai tuoi principi filosofici anche quando tutto sembrava crollare.
MARCO AURELIO: E alla fine, Sandro, cosa resta di un uomo che ha ricoperto le più alte cariche, siano esse quelle di un impero antico o di una repubblica moderna? Resta solo l’esempio che ha saputo lasciare a chi verrà dopo di lui. Io scrissi che la vita è breve, un solo istante nel fluire infinito del tempo, e che l’unica cosa che conta veramente è aver agito con giustizia, con temperanza, con coraggio.
PERTINI: Concordo pienamente, imperatore. Anche io, nei miei discorsi da presidente, ripetevo sempre ai giovani italiani: non abbiate paura di lottare per ciò in cui credete, non piegatevi mai di fronte all’ingiustizia. Se la mia vita da partigiano e la mia presidenza hanno lasciato un segno, spero sia stato proprio questo: dimostrare che anche un uomo semplice, nato povero, può arrivare a rappresentare uno Stato intero, se resta fedele ai propri ideali fino all’ultimo respiro.
MARCO AURELIO: Allora, Sandro, credo che tu ed io, pur separati da quasi duemila anni di storia, abbiamo condiviso la stessa lezione più profonda: il potere non è mai fine a se stesso, ma strumento al servizio della giustizia. E chi lo detiene con questo spirito, che sia un imperatore romano o un presidente partigiano, lascia dietro di sé non un trono, ma un esempio che il tempo non potrà mai cancellare.
PERTINI: (sorridendo, stringendo la mano dell’imperatore) Ben detto, Marco Aurelio. La storia ci ha dato ruoli diversi, epoche diverse, ma la stessa fiamma: quella della dignità umana, difesa fino all’ultimo giorno.
